di Claudio "Spleen" Purrometo

Superato un primo momento di compiacimento per un packaging particolare e di tutto rispetto, ascolto il cd. Parliamo di un Ep. Quattro tracce. Quattro tracce che in un primo momento mi dicono anche poco. Ma un cd non è un piatto di fagioli, che decidi subito se ti piace o no. Un’altra possibilità la si concede sempre. Se la meritava.
Perché, penso tra me e me, se tre ragazzi sconosciuti di Genova, riescono ad attirare addirittura l’attenzione di Mike Watt, bassista di un gruppo storico come i Minutemen, beh, un cazzo di motivo ci dovrà pur essere.
E le motivazioni le trovi ascoltando e riascoltando questo lavoro. A metà tra l’immediatezza rock. Mi verrebbe da dire shoegaze. E la sperimentazione.
I punti di riferimento. Le citazioni. Le assonanze. Sono pure facili da trovare. Si pensa ai Karate. Così come ai June of ’44. Alla scena indie più irriverente. Ai Motorpsycho in certi momenti. Ma la particolarità sta proprio nel sommare tutto questo con la genuinità che contraddistingue di solito i gruppi italiani, seppur cantando in inglese, in un unico suono. Citando loro stessi, è riappropriarsi del piacere della sperimentazione, in senso ludico, che hanno i bambini mentre giocano.
È questa voglia di sperimentare, e di comunicare, che li porta in giro per l’Italia. E fuori, per l’Europa e i paesi dell’est. Ecco così vi svelo pure il perché il cd mi è arrivato da Bratislava.
Tra cambi di line-up e incontri con personaggi eccellenti. Uno su tutti, sicuramente, con il già citato Mike Watt, che li propone nella sua trasmissione in podcast “The Watt from Pedro show”. E presta la sua voce nel brano che da il titolo all’ep stesso.
Sono passati due anni dall’uscita di questo lavoro. E speriamo che il tempo di cui i Cartavetro hanno bisogno porterà alla luce qualcosa di nuovo.
ehi grazie!(ce, voce-chitarra-robaccia).
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